Il processo Matteotti: Chieti fra tante?
Abstract: Il 21 dicembre 1925, su richiesta della Procura Generale della Corte di Appello di Roma, la prima sezione penale della Corte di Cassazione trasferì il processo Matteotti da Roma a Chieti per “gravi motivi di sicurezza pubblica”. Il lavoro dell’integerrimo dott. Del Giudice fu vanificato dalla pronità dei magistrati chietini nei confronti del regime fascista. Giuseppe Francesco Danza, Presidente del collegio giudicante e Alberto Salucci, Procuratore capo dell’accusa, non furono però gli unici protagonisti del “processo farsa”. Assieme a loro, agli imputati e ai giurati, al processo prese parte la città di Chieti. Inevitabile, allora, domandarsi anzitutto le ragioni di questa scelta eccentrica compiuta da Mussolini. Necessario, per ragioni storico-politiche, riflettere sul ruolo avuto all’interno del processo da Chieti, dalla sua classe politica, la sua burocrazia e la sua società civile di inizio secolo. L’epiteto di “Città-camomilla” vergato sulle pagine de Il Resto del Carlino da Alberto Maria Perbellini, giunto a Chieti per il processo, non può bastare a dar conto né delle ragioni di questa scelta, né tantomeno della postura di una città intera. Chieti fu scelta come quintessenza della sua pronità a Roma oppure la ragione risiede nella necessità di allontanare il processo dalla capitale, ma Chieti era una provincia equi valente ad altre? Ci si prefigge di ricercare i lineamenti essenziali dell’affiliazione della città di Chieti al governo fascista emersa durante il processo e, più in generale, della sua presunta postura filogovernativa come periferia rispetto al potere centrale. In che misura, questa postura filogovernativa di Chieti è dipesa dalla tradizione politica locale e in che misura, invece, hanno avuto rilievo altri elementi, tra i quali per esempio, la dipendenza economica della provincia rispetto alla spesa pubblica governativa e al potere centrale?
Abstract: On December 21, 1925, at the request of the General Prosecutor’s Office of the Court of Appeal of Rome, the First Criminal Section of the Corte di Cassazione transferred the Matteotti trial from Rome to Chieti due to “public safety concerns”. The investigation carried out by Dr. Del Giudice was unsurprisingly undermined by his colleagues based in Chieti, who showed the utmost complacency toward the fascist regime. However, President Francesco Danza and Chief Prosecutor Alberto Salucci were not the only characters accountable for what soon appeared to be a fake trial. Along with them and the other participants in the trial, there was the town of Chieti. It is mandatory, then, to search for the historical and political reasons that lied behind Mussolini’s choice and to find out what role was actually played by Chieti, its political class, its bureaucracy and its civil society. Alberto Maria Perbellini, a journalist working for the newspaper Il Resto del Carlino during the trial, wrote that Chieti looked like “the city of chamomile”. Although such a comment helps us in getting a general idea, we believe that the choice of Chieti has still to be fully understood. Did the town represent the quintessence of political complacency to Rome or was it equivalent to others, on this matter? Was this choice due, then, mainly to other reasons? The aim of this study is to explore what made Chieti appear as the most suitable destination of the Matteotti trial and to explore the actual extent of its alleged pro-government stance as a peripheral province prone to obey and to please the central power. To what extent did this pro-government stance depend on local political tradition? Did other factors – such as the province’s economic dependence on government spending – play a role?