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Il processo Matteotti a Chieti

Giuliano Scarselli Anticipazione del fascicolo n. 1/2026

* Versione scritta della relazione tenuta nel Tribunale di Chieti il 16 marzo 2026, in seno ad un Convegno organizzato nell’Aula Giacomo Matteotti, a cento anni esatti dall’inizio di quel processo, dall’Università G. D’Annunzio Chieti – Pescara, dalla SSM della Regione Abruzzo, dall’Ordine degli avvocati di Chieti, e dallo stesso Tribunale.

Sommario: 1. Premessa. La pubblicazione digitale degli atti del processo. – 2. I protagonisti del processo, Mariano D’Amelio. – 3. Alfredo Rocco e Damiano Cottalasso. – 4. Benito Mussolini. – 5. Giuseppe Francesco Danza. – 6. Alberto Salucci. – 7. La vedova Velia Titta Matteotti. – 8. Gli imputati: Amerigo Dumini, Albino Volpi, Amleto Poveromo, Augusto Malacria, Giuseppe Viola. – 9. L’avv. Roberto Farinacci. – 10. Il processo, la fase preliminare. – 11. Segue: i testimoni e le loro deposizioni. – 12. Segue: la fase decisoria e la sentenza.

 

 

  1. Premessa. La pubblicazione digitale degli atti del processo.

Credo che rievocare il processo che si tenne a Chieti tra il 16 e il 24 marzo del 1926, esattamente cento anni fai, nei confronti degli assassini di Giacomo Matteotti, sia utile non solo per non dimenticare, bensì anche per porre dei temi ancor oggi attuali circa l’esercizio della funzione giurisdizionale.

Ed è con questo spirito che mi cimento a ricordare i fatti di seguito esposti, i quali poi, a loro volta, non hanno bisogno di commenti, si commentano da soli: ognuno potrà infatti fare le sue riflessioni in ordine, ad esempio, al principio del giudice naturale precostituito per legge, all’indipendenza della magistratura, alla terzietà del giudice, al contraddittorio e alla difesa, alla funzione dell’accusa, all’equità ed effettività della pena, e così di seguito.

Peraltro, la ricostruzione del processo è oggi fortemente aiutata dalla pubblicazione digitale degli atti, nonché dall’encomiabile lavoro portato avanti su di esso dall’Università G. D’Annunzio Chieti – Pescara, dalla SSM della Regione Abruzzo e dallo stesso Tribunale di Chieti, che ha allestito al suo interno una mostra.

Tuttavia, mi sia consentito rilevare, la semplice lettura degli atti non può considerarsi sufficiente per la comprensione della vicenda giudiziaria, e ciò almeno per due ordini di ragioni:

  1. a) in primo luogo, perché i verbali del processo non riportano né le dichiarazioni dei testimoni, né il contenuto delle arringhe del pubblico ministero e dei difensori, prima fra tutte quella dell’avv. Roberto Farinacci, difensore del principale imputato Amerigo Dumini, e segretario nazionale del partito fascista.

Per farsi una minima idea di ciò si deve allora far riferimento ai giornali dell’epoca, quali, principalmente, “Il Popolo d’Italia”; ma anche questa attività non può considerarsi soddisfacente, in quanto la stampa fu condizionata dagli ordini di Mussolini, che non voleva commenti o resoconti particolari, cosicché gli articoli giornalisti del periodo offrono solo un contributo limitato e parziale.

  1. b) Inoltre, talune scelte chiave non possono ricevere lumi dagli atti giudiziali: tra queste, ad esempio, la scelta di celebrare il processo a Chieti piuttosto che in altra città, oppure la scelta di far cadere su Giuseppe Francesco Danza, per esempio, e non su altri, la presidenza dell’Assise, o su Alberto Salucci la pubblica accusa.

Al riguardo, sempre a titolo di esempio, il decreto di pre-fissione del dibattimento del febbraio 1926 (decreto che non contiene l’esatta indicazione del giorno), vedeva già Giuseppe Francesco Danza quale Presidente; oppure il verbale di udienza del 17 marzo 1926 conteneva già l’elenco dei 12 giurati a seguito del sorteggio, ecc.

Cosa successe a monte è difficile dirlo, e certamente non sono domande alle quali possa fornire risposta la lettura degli atti processuali.

 

  1. I protagonisti del processo, Mariano D’Amelio.

Possiamo in ogni caso partire da qui: il 21 dicembre 1925 la prima sezione penale della Corte di Cassazione accoglieva l’istanza del rappresentante dell’accusa presso la Corte di Appello di Roma e trasferiva il processo lontano dalla capitale, ed esattamente a Chieti, per “gravi motivi di sicurezza”.

Il provvedimento che abbiamo a disposizione non porta il nome dei giudici che l’assunsero, mentre risulta in esso l’indicazione dell’ufficio giudiziario di Chieti.

Il provvedimento è sostanzialmente privo di motivazione: si limita ad affermare l’esistenza di “gravi motivi di sicurezza” senza niente argomentare sulla sussistenza o meno di essi; e si limita ad indicare Chieti al posto di Roma, senza alcuna motivazione in ordine alla scelta di detto ufficio giudiziario.

Nel 1925 presidente della Corte di Cassazione era Mariano D’Amelio; difficile immaginare che una decisione così importante potesse essere presa senza il suo consenso, e difficile altresì immaginare che la determinazione di Mariano D’Amelio, che Mussolini volle al vertice della nuova Cassazione unica d’Italia anteponendolo al più anziano e titolato Lodovico Mortara, non discendesse da un accordo con il governo.

Esattamente, Mussolini temeva che a Roma il processo potesse avere ripercussioni negative e il richiamo della stampa estera, e ritenne allora necessario spostarlo lontano dalla capitale, in una sonnolenta provincia, e manifestò il suo favore per la vicina regione degli Abruzzi; in un primo tempo si pensò all’Aquila, ma poi, su indicazione dello stesso Roberto Farinacci, si valutò invece di trasferire il processo a Chieti, perché il segretario federale di quella città era un certo Camillo Bottari, fedelissimo di Roberto Farinacci.

Chieti aveva tutte le caratteristiche per lo svolgimento del processo: era una cittadina politicamente tranquilla e sicura, agevole sotto il profilo della gestione dell’ordine pubblico, e con un ufficio giudiziario adatto al raggiungimento degli scopi che si prefiguravano.

Alberto Maria Perbellini, il giornalista inviato a Chieti da Il Resto del Carlino per seguire il processo Matteotti, definì Chieti “città della camomilla”, ovvero una città che poteva benissimo continuare a dedicarsi ai propri affari di ordinaria amministrazione nonostante il grande evento giudiziario: “Nessuna commozione popolare, niente discussioni accalorate, neanche un manifesto”.

La scelta di Chieti veniva approvata anche dalla stampa fascista con un articolo su “Il regime fascista” del 27 gennaio 1926.

Possiamo così considerare primo protagonista del processo di Chieti proprio l’allora presidente della Corte di Cassazione Mariano D’Amelio, magistrato senz’altro competente, ma certamente disponibile; il magistrato che già l’anno precedente del 1924 aveva dichiarato che: “il giudizio sulla valutazione della necessità ed urgenza di emanare un decreto legge è demandata esclusivamente al potere esecutivo e non può essere oggetto di sindacato da parte dell’autorità giudiziaria” (Giur.it 1924, I, 536), così smentendo tre precedenti della Cassazione di Roma che portavano la firma di Lodovico Mortara e che dicevano l’esatto contrario a difesa del principio della separazione dei poteri (Giur. it. 1922, I, 66 e 929), e in questo modo aprendo la strada all’esercizio del potere legislativo direttamente al governo.

 

  1. Alfredo Rocco e Damiano Cottalasso.

La scelta di Chieti non poteva poi considerarsi disgiunta dai giudici che si sarebbero resi protagonisti di quel processo, Giuseppe Francesco Danza, Alberto Salucci e la giuria popolare.

È pacifico che in quel periodo non esisteva l’odierno sistema tabellare per la nomina dei giudici, ed anzi l’assegnazione dei processi ai singoli magistrati era considerata un atto di amministrazione, sul quale certamente il Ministro della giustizia, all’epoca Alfredo Rocco, poteva avere un ruolo.

Giuseppe Francesco Danza, con il quale Alfredo Rocco aveva relazioni, era infatti persona adatta ad assume l’incarico di presidente dell’Assise, e non a caso lo stesso Gaetano Salvemini, in uno scritto su Il Ponte, 3 marzo 1955, riportava che l’avv. Giovanni Vaselli rivelò di incontri riservati tra il presidente Giuseppe Francesco Danza e gli avvocati difensori per concordare la strategia processuale gradita al regime; e stessa cosa affermò Mauro del Giudice nella sua Cronistoria del processo Matteotti.

Un ulteriore momento di preparazione del processo fu poi quello dell’individuazione della giuria popolare.

In un documento del 9 febbraio 2026 risulta un elenco di 30 giurati popolari effettivi e 10 supplenti a disposizione del Tribunale di Chieti per il processo Matteotti, e tale elenco lo si trova anche nel successivo decreto dell’11 febbraio 2026 e nel primo verbale che fissa il giudizio per la data del 16 marzo 2026.

L’elenco dei 12 giurati seguiti a nuovo sorteggio emerge invece solo dal verbale di udienza del 17 marzo 1926, poiché questo sorteggio veniva posto in essere contestualmente alla prima udienza del processo del 16 marzo.

Lì compaiono i dodici giurati popolari, sei effettivi e sei supplenti, e questo è l’elenco: Federico De Marco, Guido Pinti, Vincenzo Marini, Pierino Tieri, Pio Venturi, Alfredo Rossi, Aurelio Di Pretoro, Giulio Valignani, Quirino Di Paolo, Tito Battaglini, Umberto Conti, Emerico Di Virgilio.

Questi dodici giurati, poi, risulteranno presenti in tutti i verbali delle udienze del processo, da quella del 16 marzo, fino all’ultima del 24 marzo, ove il presidente della Corte farà uscire dall’aula i giurati supplenti per trattenere per la decisione i soli giurati effettivi.

Ebbene, dalle carte è impossibile capire in qual modo questi giurati furono individuati, e se la procedura per la loro individuazione fu conforme o meno alla legge.

Sappiamo che le nomine avvennero per sorteggio, e che il sorteggio fu gestito dal prefetto di Chieti, nella persona del dr. Damiano Cottalasso.

Il sorteggio avvenne a porte chiuse, sotto la sua direzione, e si ritiene che lo stesso lo truccò al fine di inserire nell’elenco solo persone di tranquillizzante fede fascista.

Si dice che lo stesso Damiano Cottalasso, soddisfatto del risultato, si rivolse immediatamente al Ministro Federzoni rassicurandolo: “La giuria è ottima. Ho fatto riservatissime indagini. Non occorrono incitamenti speciali”.

Dopo pochi mesi, infatti, Damiano Cottalasso otteneva una promozione, e veniva nominato prefetto di Modena, e poi ancora di Arezzo, grand’ufficiale dell’Ordine della corona d’Italia, commendatore dell’Ordine Mauriziano.

 

  1. Benito Mussolini.

Peraltro, non v’è dubbio che lo stesso Benito Mussolini intervenne più volte e direttamente sul processo di Chieti.

Lo fece sotto almeno tre diversi profili, che qui possono essere così riassunti:

  1. a) in primo luogo, Mussolini dava direttive su come doveva svolgersi il processo, nei tempi, nelle forme e nel merito.

Scriveva che: “il processo deve irrevocabilmente finire prima del 28 corrente mese. Bisogna evitare tutto ciò che può drammatizzare le udienze e richiamare positivamente l’attenzione del pubblico, nazionale e internazionale. Quindi niente clamorosi incidenti o sconfinamenti d’indole politica. Il processo deve svolgersi tra l’indifferenza della nazione”.

In un altro momento Mussolini determinava l’oggetto del processo: “Negare la correità. Ammettere omicidio preterintenzionale. Complicità corrispettiva. Concausa, Attenuanti. Attenersi alla guida del presidente. Tener duro. Non porgere soverchio ascolto alla difesa”.

Ovviamente queste comunicazioni venivano inviate da Mussolini alle autorità amministrative, quali il questore e il prefetto, e non a quelle giurisdizionali; è tuttavia del tutto credibile che anche l’autorità giudiziaria fosse a conoscenza di tali indicazioni, e ciò anche perché il processo si sviluppò, nei modi, tempi e risultati, proprio come Mussolini aveva stabilito.

Peraltro, Mussolini non si risparmiò di indicare anche al pubblico ministero e agli avvocati le modalità e i tempi dei loro interventi: “Lo stile fascista va rispettato e conterranno nei limiti strettamente necessari la loro eloquenza, poiché l’Italia in genere, e l’Italia fascista in particolare non ama più le inondazioni oratorie e parolaie. Una giornata intera per i cinque avvocati sembra più che sufficiente”.

Così, infatti, fece il Presidente Giuseppe Francesco Danza: concesse agli avvocati una sola giornata per cinque arringhe, che si tennero nel pomeriggio del 22 marzo, e poi il giorno successivo, il 23 marzo.

  1. b) In secondo luogo, Mussolini intervenne sulla stampa.

Il 21 marzo 1926 Mussolini, dopo aver letto un articolo sul giornale “Il nuovo Abruzzo” ritenuto non conforme alle sue direttive, inviava un telegramma al prefetto nel quale perentoriamente scriveva: “Voglia significare redattori locale foglio fascista che disapprovo e deploro nella maniera più energica tutto quanto essi hanno stampato concernente processo Chieti. Trattasi di pubblicazioni in gran parte antifasciste e molto spesso semplicemente grottesche. Ordino poi a V.S. – e dico ordino – di sequestrare foglio se fa commenti all’esito del processo qualunque esso sia……i dirigenti fascisti di Chieti hanno l’obbligo morale di attenersi strettamente. Gradirò notizie. Mussolini”.

La stampa, quindi, non ebbe la libertà né di commentare le vicende processuali, nè di riportarle interamente, poiché il processo doveva considerarsi del tutto routinario e apolitico.

  1. c) In terzo luogo, Mussolini intervenne sul difensore di Amerigo Dumini, avv. Roberto Farinacci, suo segretario nazionale del partito fascista.

Gli inviava un telegramma il 21 marzo 2026: “Constato che nessuna delle tue promesse è stata mantenuta perché il processo – malgrado la negativa dei signori imputati – è diventato politico. Giudico tutto ciò severissimamente e il disagio è molto diffuso nel partito. Il linguaggio del foglio fascista è semplicemente indegno e grottesco”.

Roberto Farinacci rispondeva però senza soggezione: “Io ho mantenuto fede agli impegni assunti a Roma e mi meraviglia il fatto che tu dica che nessuna mia promessa è stata mantenuta. Volevi che il processo finisse per il 28 e finisce prima; che il Regime e il partito rimanessero estranei a tutto e l’ho ripetuto più volte. Il processo è diventato politico? Ma questo lo si sapeva da tempo; altrimenti non sarei a Chieti”.

Ritengo quindi si possa affermare che Mussolini seguì attentamente il processo di Chieti, imponendo a stampa, giudici, amministrazioni locali e difensori il comportamento da tenere e le decisioni da assumere.

 

  1. Giuseppe Francesco Danza.

Veniamo ai protagonisti diretti del processo, primo fra tutti il presidente della Corte di Assise.

Giuseppe Francesco Danza entrava in magistratura nel 1897, a 25 anni; al tempo del processo di Chieti aveva già 29 anni di anzianità come magistrato e 54 anni di età.

Aveva la maturità e l’esperienza per dirigere quel processo, ma la sua nomina non può ritenersi disgiunta dalla circostanza che fu uno dei primi a iscriversi al partito fascista; una sua scheda asseriva che aveva: “la pronta comprensione del nuovo ordinamento che il pensiero fascista ha impresso alle tendenze e alle costruzioni del diritto”; lo stesso imputato Amerigo Dumini ebbe a dire del presidente che: “se io sono stato condannato a quattro anni di prigione per il delitto Matteotti, il presidente avrebbe dovuto essere condannato a trenta”.

Ricevette lodi dalla stampa; Il Popolo d’Italia del 21 marzo 1926 scrisse di lui: “Bene, dunque, ha operato il presidente dell’Assise nell’imprimere alle sedute uno stile sollecito che si può senz’altro qualificare fascista”.

Soprattutto, dopo quel processo, si aprì per Giuseppe Francesco Danza una brillante carriera: consigliere della Corte di Cassazione con funzioni di presidente del Tribunale di Torino dal marzo del 1928 “per merito distinto”; primo presidente della Corte di Appello di Bari dal 1932, direttore da pari data dell’ufficio legislativo del ministero della Giustizia; Grande ufficiale dell’ordine della corona d’Italia nel 1933, Ufficiale dell’ordine di San Maurizio e Lazzaro nel 1932; nominato senatore del Regno il 23 gennaio 1934,  moriva nella sua città di Sant’Agata di Puglia (FG) il 25 febbraio 1938.

Alla sua morte, presso il Senato, il 21 marzo 1938, il Presidente Luigi Federzoni disse di lui: “Giuseppe Francesco Danza, nativo della provincia di Foggia, lascia il ricordo onorato del suo cospicuo valore e della sua cristallina integrità di magistrato. Entrato appena dopo la laurea nella carriera giudiziaria, la percorse quasi tutta, fino al grado di primo presidente di Corte d’appello, nella sua terra di Puglia. La vasta dottrina giuridica si accompagnò in lui alla pronta comprensione del nuovo orientamento che il pensiero fascista avrebbe impresso, in Italia, anche alle tendenze e alle costruzioni del diritto. Era stato, fin dal 1923, fra i primi magistrati ad iscriversi nel Partito. Di recente era stato chiamato a dirigere l’Ufficio di studi legislativi del Ministero della giustizia“. Per poi ricordare: “la nobile figura del camerata, il magistrato integerrimo, il fascista di antica fede, il giurista dotto e acuto”.

 

  1. Alberto Salucci.

Alberto Salucci, pubblico ministero del processo, era elbano, nato a Portoferraio il 24 gennaio 1864, tessera del partito fascista dal 20 luglio 1924.

In magistratura dal 1885, aveva svolto funzioni di procuratore del Re ad Avezzano, Firenze, Portoferraio, Spoleto e Catanzaro. Era stato poi avvocato generale dello Stato e procuratore generale presso le Corti di Appello dell’Aquila e di Roma, e in questa sua veste rappresentava l’ufficio di pubblico ministero nel processo di Chieti; al tempo del processo di Chieti aveva quindi 62 anni, ovvero era già in una fase molto avanzata della sua carriera.

Di particolare imbarazzo richiamare alcuni passi della sua requisitoria, riportati dai giornali (La Stampa, 23 marzo 1926, Il Popolo d’Italia 23 marzo 1926), chiaramente ispirata alle direttive impartite dal fascismo.

Egli esortò dicendo di: “risparmiare le lacrime e i fiori sulla tomba dello scomparso, dal momento che troppe false lacrime e troppo dimostrativi fiori sono stati sparsi sulla sua tomba”; gli imputati furono presentati dal Procuratore generale: “combattenti che entusiasti offrirono la loro vita per il bene della Nazione (avverso) il dilagare del sovversivismo allora imperante”; mentre Giacomo Matteotti “fu uno di coloro che osteggiarono o che non diedero il loro consenso e il conforto della loro azione e della loro parola all’Italia che si apprestava nel suo duro cimento e fu uno di coloro che sabotarono la nostra vittoria”.

Il Procuratore escluse nel delitto ogni premeditazione degli imputati asserendo inoltre: “Gli imputati non avevano intenzione di uccidere ma i fatti andarono oltre quella che era la loro intenzione poiché il deputato oppose un’ostinata resistenza, che costituì la ragione della sua fine”.

Riferendosi all’avv. on. Roberto Farinacci disse: “Difensore egregio, on. Farinacci, voi avete avuto l’ambito onore di essere qui, in una toga lucente donatavi dal fiore del femminismo fascinatore di Chieti: che questa toga immunizzi anche voi”. E poi ancora, sempre riferendosi a Giacomo Matteotti: “Il Duce ebbe a dire, in un suo discorso, che nessun peggiore suo nemico avrebbe potuto escogitare cosa tanta diabolica nefanda. Sappiatelo voi, ricordatelo o giurati, nel momento supremo del vostro raccoglimento”.

Concluse, infine, per la condanna per omicidio preterintenzionale senza aggravanti e con le attenuanti per tre imputati, e per l’assoluzione per non aver commesso il fatto per gli altri due.

Questo atteggiamento gli comportò dei benefici.

Sarà assegnato nel luglio del 1927 alla Procura generale della Corte di Appello dell’Aquila; presiederà il Tribunale delle acque pubbliche dal febbraio del 1929 al dicembre del 1931, quando diventerà procuratore generale della Corte di Appello di Roma e procuratore generale onorario della Corte di Cassazione; verrà nominato senatore nell’aprile del 1934; morirà a Roma il 20 dicembre 1942, all’età di 78 anni.

 

  1. La vedova Velia Titta Matteotti.

Giacomo Matteotti aveva solo 39 nove anni quando fu assassinato: lasciava la moglie, con la quale aveva un ottimo rapporto, e tre figli.

Velia Titti aveva infatti sposato Giacomo Matteotti l’8 gennaio del 1916, e da quella unione erano nati Giancarlo, Gianmatteo e Isabella.

L’avv. Pasquale Galliano Magno, per conto della vedova, rinunciava alla costituzione di parte civile con atto del 22 febbraio 1926.

È un atto formale, dove solo si dà ricognizione della rinuncia, e ove non vi sono le motivazioni di tale determinazione.

Le giustificazioni della rinuncia sono contenute in una lettera che la vedova inviava al Presidente della Corte di Assise Giuseppe Francesco Danza dopo che aveva compreso l’andamento del processo.

La vedova scriveva al Presidente: “Ciò che oggi ne rimane (del processo) non è più che l’ombra vana. Non avevo rancori da esprimere, né vendette da invocare: volevo solo giustizia. Gli uomini me l’hanno negata, l’avrò dalla storia e da Dio”.

Dopo l’assassinio del marito Velia Titti Matteotti trascorrerà gli anni della vedovanza tra Fratta Polesine e Roma, con i figli e la suocera Isabella Garzarolo, dove sempre sarà tenuta sotto sorveglianza dalla polizia del regime.

 

  1. Gli imputati: Amerigo Dumini, Albino Volpi, Amleto Poveromo, Augusto Malacria, Giuseppe Viola.

Gli imputati, tutti detenuti, arrivavano a Chieti il 22 febbraio 1926, quindi svariati giorni prima dell’inizio del processo, trasferiti dal carcere di Regina Coeli di Roma al carcere di San Francesco di Chieti.

Al carcere di Chieti trovavano una buona accoglienza, e addirittura il giornale Il nuovo Abruzzo omaggiava: “i cinque campioni di un fascismo rivoluzionario, acceso, selvaggio, audace e guerresco”.

– Amerigo Dumini, difeso dall’avv. Roberto Farinacci, il principale imputato, nasceva in America il 4 aprile 1894 e rimpatriava in Italia con la famiglia nel 1913; nel 1916 entrava negli Arditi e nel 1919 nei Fasci italiani di combattimento; il 2 giugno 1921, a Carrara, uccideva, in concorso con altri, il socialista Renato Lazzeri e sua madre; il 23 ottobre, sempre del 1921, sequestrava il parlamentare Ulderico Mazzolani e lo obbligava a bere olio di ricino; sempre nello stesso anno fondava il settimanale “Sassaiola fiorentina”; fu iniziato alla massoneria il 17 dicembre 1922; nel 1924 entrava nella Ceka.

Dopo il processo Matteotti fu nuovamente arrestato nell’ottobre del 1926, tornò libero nel 1927 e nel 1928 si trasferì in Somalia.

Durante la Seconda guerra mondiale fu catturato dagli inglesi in Africa e condannato a morte; riuscì a scappare e rientrare in Italia; Mussolini lo premiò con un assegno mensile e, datosi al commercio, ebbe una certa fortuna, tale da potersi infine permettere l’acquisto di un villino in Via Pietro Tacca a Firenze; moriva a Roma il 25 dicembre 1967, all’età di 73 anni.

– Amleto Poveromo, difeso dall’avv. Attilio De Cicco, macellaio di Lecco, aderì anch’egli alla Ceka, agli ordini del partito fascista; amico intimo di Albino Volpi, aveva compiuto una missione segreta in Francia, disponendo di falso passaporto; tornato in libertà nell’estate del 1926, riprese la sua attività di macellaio in Milano, nella zona di Porta Venezia, ma finì poi per preferire la ricettazione e il contrabbando; si trasferì successivamente in Eritrea, dove avviava un’attività nel settore dei trasporti; rimpatriato durante la guerra, sarà catturato dai partigiani e consegnato alla polizia; condannato all’ergastolo con la riapertura del processo nel ‘46, morirà il 20 giugno 1953 nel carcere di Parma.

– Albino Volpi, difeso dall’avv. Fortunato Danesi, nasceva a Lodi il 21 settembre 1889, falegname.

Il 25 ottobre 1910 veniva condannato a venticinque giorni di prigione per oltraggio alla forza pubblica, il 30 gennaio 1914 gli vennero inflitti nove mesi per tentato scasso e il 4 settembre 1914 fu condannato a un anno per tentato furto. Subì anche una condanna dal Tribunale di Napoli per diserzione, per la quale venne amnistiato nel dicembre del 1919.

Nel gennaio del 1919 fu tra i fondatori della Federazione nazionale arditi d’Italia (FNAI); il 15 aprile 1919 partecipò all’assalto e alla devastazione del quotidiano socialista Avanti!; il 17 novembre 1919, su ordine di Benito Mussolini, lanciò una bomba su un corteo socialista che percorreva via San Damiano.

Chiusa la vicenda Matteotti, e riacquistata la libertà dopo la sentenza del Tribunale di Chieti, Albino Volpi ottenere, con l’intercezione di Mussolini, la direzione dello stallazzo del Mercato comunale di Milano.

Quando il 7 agosto 1939 Albino Volpi morì, Mussolini inviò al suo funerale una vistosa corona di fiori rossi con il nastro a colori della marcia su Roma e la scritta «Il Duce».

– Augusto Malacria, difeso dall’avv. Aldo Vecchini, autista dell’auto con la quale fu rapito Matteotti, era nato a Caserta il 6 settembre 1888; dopo l’assoluzione ottenuta dal Tribunale di Chieti si trasferiva a Novi Ligure, poi a Milano infine a Roma.

Nel 1928 Augusto Malacria andava a vivere in Cirenaica, seguito nel 1934 da Amerigo Dumini, colà inviato su proposta del potente capo della polizia Arturo Bocchini, considerato all’epoca il braccio destro del Duce. In Cirenaica, Augusto Malacria si dava all’attività di imprenditore agricolo e commerciale, ricevendo ingenti finanziamenti dal governo italiano, ammontanti, negli anni tra il 1935 ed il 1940, a più di due milioni e mezzo di lire.

– Giuseppe Viola, difeso dall’avv. Domenico Leva, dopo l’assoluzione ottenuta dal Tribunale di Chieti, con taluni finanziamenti ricevuti dal partito fascista, costituiva con il fratello l’impresa edile “Viola”, che beneficiava di commesse pubbliche. Deferito, dopo la caduta del fascismo, dinanzi all’Alta Corte di Giustizia, il 4 aprile 1947 veniva condannato in contumacia all’ergastolo, pena poi commutata in trenta anni.

  1. L’avv. Roberto Farinacci.

Con pretese di principe del foro, in realtà, Roberto Farinacci, al tempo del processo, aveva solo 34 anni: nato ad Isernia il 16 ottobre 1892, diventava avvocato senza un normale percorso di studi universitari: abbandonava infatti la scuola a 17 anni, nel 1909, per impegnarsi nelle ferrovie, si diplomava nel 1922 in una sessione d’esame riservata ai reduci di guerra, e si laureava infine a tempo record il 28 dicembre 1923 in giurisprudenza a Modena, con una tesi acquistata ad uno studente cremonese laureatosi nel 1921 a Torino; al tempo del processo era quindi laureato in legge da soli tre anni, e la laurea in legge era stata rilasciata solo un anno dopo il diploma.

Arrivava a Chieti in pompa magna, accompagnato dal capo dell’ufficio stampa del Partito nazionale fascista, il 15 marzo 1926, ovvero il giorno prima dell’inizio del processo.

Veniva onorato nella piazza centrale di Chieti da reparti della milizia che intonano per lui Giovinezza; il sindaco lo riceveva nell’aula consiliare, ove egli affermava, con toni perentori, e parlando a nome del duce, che il processo sarà: “contro coloro che per un anno hanno avvelenato la nostra Nazione, contro coloro che credevano di trovare a Chieti la tomba del regime e invece troveranno la loro tomba”.

Seguiva un rinfresco nella sala del consiglio provinciale, ove le dirigenti del fascio femminile donavano a Roberto Farinacci una toga nuova di seta, confezionata da loro stesse per l’occasione.

Egocentrico, farà di tutto per attirare le attenzioni su di sé, mettendosi in questo modo contro il volere di Mussolini, che al contrario pretendeva il minor fragore possibile.

Trai i due v’era lo scambio di corrispondenza della quale abbiamo già dato menzione.

Nell’arringa finale, Roberto Farinacci non affronterà nessun tema giuridico ma solo terrà una sorta di comizio contro Giacomo Matteotti, qualificandolo un “provocatore grave” e chiedendo ai giudici di giudicare: “come la Nazione lo chiede: dico la Nazione, ansiosa di liberarsi di questo episodio che, malvagiamente sfruttato, turbò per lunghi mesi la sua vita, e servì ai nemici di fuori e di dentro per boicottare l’opera di redenzione, di restaurazione intrapresa dalla nostra marcia rivoluzionaria, da cui ha inizio la nuova storia d’Italia”.

Il Popolo d’Italia del 25 marzo 1926 riporta le dinamiche del delitto secondo la ricostruzione di Roberto Farinacci, il quale disse ai giudici: “Matteotti, preso dal timore, stretto dalle domande di chi era dentro l’automobile sotto le pressioni energiche di chi voleva fargli confessare le relazioni che intercorrevano tra lui e i suoi compagni con i fuoriusciti assassini di Francia, qualcosa ha dovuto ammettere, ciò che avrà indubbiamente indotto uno dei suoi avversari, in un momento d’ira, in un momento di forza irresistibile, a colpirlo con qualche pugno al torace, che produsse l’emottisi e fatalmente la morte”.

Si tratta della tesi dell’omicidio preterintenzionale, scatenato da provocazione, e quindi attenuato; è una soluzione che consente agli imputati una pena irrisoria, considerati altresì i quattro anni di pena già condonati con l’indulto del regio decreto del 31 luglio 1925 n. 1277, e soprattutto è una soluzione che esclude l’esistenza di mandanti, e quindi taglia fuori dal processo tutti i vertici del partito fascista, Mussolini per primo.

Questo il proseguo dell’arringa di Roberto Farinacci: “il Matteotti nei disagi del dopoguerra ebbe campo di mietere molti allori rivoluzionari, dirigendo la rivolta del caro-vita. Ai suoi seguaci dava istruzioni rivoluzionarie, cioè che, in caso di sommossa, si dovevano tagliare le comunicazioni ferroviarie, telegrafiche e telefoniche, si dovevano occupare municipi e prefetture, presidiare con le armi il paese. Ai contadini diceva: “Vendete il grano e comprate rivoltelle”. Matteotti combatté in modo esiziale e provocatorio gli uomini del regime e del partito fascista. Era il calunniatore, il diffamatore freddo e sistematico. Partecipò a congressi internazionali per agire contro il proprio paese e mettersi al servizio dello straniero. Pubblicò un opuscolo dove aveva elencato le più spudorate menzogne per far sapere all’estero che il primo anno di governo fascista era stato un anno di terrore e distruzione”.

Condizionato dalla sua smania di protagonismo e dotato del senso degli affari, Roberto Farinacci pensò infine di pubblicare la sua arringa in uno opuscolo tirato in migliaia di copie.

Un giurista famoso quale Vincenzo Manzini, all’epoca professore ordinario di diritto penale nell’Università di Padova, autore del più celebre Trattato di diritto penale italiano di quel periodo, edito dalla UTET, accettò di comporre per quel volumetto di quel giovane avvocato una prefazione, nella quale elogiò di Roberto Farinacci: “l’eloquenza fascista, sobria, concettosa, semplice”, e sostenne che Giacomo Matteotti: “da sé stesso si era posto in condizioni di vivere pericolosamente”, ed era caduto per “un incerto del mestiere del demagogo”.

Chiusa la vicenda di Chieti, Roberto Farinacci avrà rapporti altalenanti con Benito Mussolini, il quale infatti lo revocava dall’incarico di segretario generale del partito già dalla data del 30 marzo 1926, ovvero solo dopo sei giorni dalla definizione di quel giudizio; catturato dai partigiani brianzoli, veniva fucilato il 28 aprile 1945 a Vimercate.

 

  1. Il processo, la fase preliminare.

L’avv. Roberto Farinacci, difensore di Amerigo Dumini, è forse l’unico difensore del processo che merita una menzione.

Il processo agli assassini di Giacomo Matteotti iniziava in verità molto prima di Chieti, già dal giugno del 1924, ed esattamente con l’attività istruttoria condotta in Roma dal magistrato Mauro Del Giudice; ma di quella attività non arrivò niente, o quasi niente, a Chieti.

Lo stesso Mauro Del Giudice lo affermava apertamente all’inizio dell’istruttoria al suo capo di ufficio Donato Faggella: “Ti dico che molto probabilmente (del processo) non rimarranno neppure le carte, le quali saranno fatte sparire dal regime fascista appena operato il salvataggio completo degli assassini, dei loro complici e dei mandanti. Quello che posso assicurarti, e tu ben conosci la mia dirittura morale, è che, esaurito il mio compito di istruttore, usciranno intatti l’onore della magistratura della Corte di Appello di Roma e soprattutto uscirà illibato il mio nome, l’unica ricchezza che posseggo in questa terra. Mi auguro poi che gli altri colleghi facciano altrettanto”.

A Mauro Del Giudice veniva affiancato il sostituto Umberto Guglielmo Tancredi.

Insieme, il 19 giugno 1924, si recavano al carcere di Regina Coeli, ove si trovava Amerigo Dumini.

Amerigo Dumini trattò i due magistrati con spavalderia: “Ma loro cosa sono venuti a fare? Il Presidente Mussolini è informato di quanto loro stanno facendo?

All’interrogatorio Amerigo Dumini negò ogni responsabilità per l’accaduto.

Successivamente, ritrovata la giacca di Giacomo Matteotti su un ponte della Flaminia, Mauro Del Giudice tornava ad interrogare Amerigo Dumini.

Lo stesso Mauro Del Giudice, nella sua Cronistoria del processo Matteotti, ricordava di essersi rivolto a Americo Dumini con queste parole: “Guardi questa giacca, è quella della vostra vittima del 10 giugno, di un onesto uomo che non vi aveva fatto alcun male e che, forse, nessuno di voi conosceva di persona. Avete gettato nel più profondo dolore e nella più nera costernazione una sposa infelice e una vecchia madre che adorava il figliolo suo, e resi orfani tre innocenti bambini”.

Continuava Mauro Del Giudice: “Mentre gli rivolgevo queste parole lo guardavo fisso negli occhi. Sostenne impavido il mio sguardo scrutatore, senza muovere ciglio e senza mai abbassare la testa in atto di rimorso. Si limitava a rispondere: chi mai ha conosciuto questo Matteotti? Io non so se sia stato ucciso e chi lo abbia ucciso”.

L’attività istruttoria proseguiva con l’interrogatorio di altri indagati, quali Albino Volpi, Giuseppe Viola e Filippo Filippelli, quest’ultimo ritenuta la persona che aveva messo a disposizione del gruppo l’automobile per il sequestro di Giacomo Matteotti; e a seguito di questi primi interrogatori venivano poi messi a confronto Americo Dumini e Filippo Filippelli.

Filippo Filippelli forniva i primi elementi utili ai giudici.

A seguito di questo confronto, e considerata la gravità delle rivelazioni fatte da Filippo Filippelli, Mauro Del Giudice, insieme a Umberto Guglielmo Tancredi, emetteva due mandati di cattura contro Cesare Rossi, direttore dell’ufficio stampa del duce, e Giovanni Marinelli, segretario amministrativo del partito fascista.

L’inchiesta, a questa punto, passava dagli esecutori materiali ai mandanti. E aggiungeva Mauro Del Giudice, sempre nella sua Cronistoria: “avremmo dovuto spiccare altro mandato di cattura contro Benito Mussolini, se non ci fosse stato l’ostacolo costituzionale di essere costui deputato e capo del Governo, e quindi soggetto alla giurisdizione del Senato, costituito in Alta Corte di Giustizia, perché i delitti imputategli erano stati commessi in quella sua qualità”.

Cesare Rossi, perduta la speranza di essere aiutato da Mussolini a varcare la frontiera con un passaporto falso, dopo una settimana di latitanza, si costituiva.

Interrogato, e convinto a quel punto di esser stato turlupinato dal suo principale, ammise che il Duce, per imporre la dittatura, aveva chiesto il suo aiuto e quello di Giovanni Marinelli al fine

di creare un organismo segretissimo, la Ceka, cui aveva aderito

il generale Emilio De Bono, comandante supremo della Milizia fascista e direttore generale della Polizia: “con lo scopo di atterrire i deputati d’opposizione, mediante atti di energica violenza, ossia con ferimenti, bastonate, purgate forzate di olio di ricino e, occorrendo, con l’uccisione dei suoi più pericolosi avversari, inducendo così tutti al silenzio più completo”.

Si pensi che Cesare Rossi, prima di arrivare a ciò, si dilungò nel tratteggiare i reati minori compiuti dai fascisti anteriormente al delitto Matteotti, e Mauro Del Giudice lo riprese invitandolo ad

esporre esattamente le vicende di quel delitto senza divagare; al che Cesare Rossi rispose: “Se ella, signor Presidente, non mi lascia prima esporre minutamente i fatti avvenuti e i delitti commessi anteriormente alla sparizione del deputato Matteotti, io mi chiuderò nel silenzio e non parlerò più, giacché non so se questa notte sarò assassinato in questo stesso carcere”.

A fronte di ciò, Mauro Del Giudice consentì a Cesare Rossi di deporre integralmente, e questi riportò le parole del Duce: “Cesarino, tu devi indicarmi fra i nostri fascisti un individuo pieno di coraggio, senza scrupoli, e capace di commettere qualunque cosa gli sarà ordinato di fare. A costui bisognerà dare incarico di scegliere fra i fascisti facinorosi altre persone della stessa risma, e di costituire una banda pronta sempre ad agire in qualunque tempo e luogo d’Italia”.

Cesare Rossi fece il nome di Americo Dumini, e Mussolini rispose: “Lo conosco anch’io, è la persona adattissima alla bisogna”.

Vi erano, a questo punto, tutti gli elementi per procedere altresì con l’accusa di associazione a delinquere per l’intero partito fascista; dall’interrogatorio era infatti emerso che la banda guidata da Amerigo Dumini, aveva, oltre al delitto Matteotti, già eseguito alcuni attentati a parlamentari quali Amendola, Misuri e Forni, nonché aveva devastato il villino di Francesco Saverio Nitti.

Due giorni dopo il mandato di cattura contro Cesare Rossi e Giovanni Marinelli, ovvero il 22 giugno 1924, Mauro Del Giudice veniva messo sotto sorveglianza, tanto che egli stesso scriveva nella sua Cronistoria: “Una cinquantina di fascisti facinorosi vennero a fare una dimostrazione sotto casa mia”.

Il 27 luglio 1924 il giornale L’Impero scriveva: “E’ inutile alludere, più o meno velatamente, a Mussolini per il delitto Matteotti. Il Duce, salvatore della Patria, non si tocca…..…chi tocca il Duce sarà polverizzato”.

Il Procuratore Capo dell’Ufficio, Vincenzo Crisafulli, sostituiva infine Umberto Guglielmo Tancredi con il sostituto procuratore Nicodemo Del Vasto, e pochi giorni dopo lo stesso Donato Faggella comunicava a Mauro Del Giudice la sua promozione a Procuratore Generale alla Corte di Appello di Catania; egli, quindi, doveva lasciare Roma per la Sicilia, promoveatur ut amoveatur.

 

  1. Segue: i testimoni e le loro deposizioni.

Di questa attività non arrivò niente a Chieti: i testi chiave di quella prima istruttoria, soprattutto Filippo Filippelli e Cesare Rossi, non furono ascoltati a Chieti, e tutto il processo si concentrò invece sugli esecutori materiali del delitto, e non sui suoi mandanti.

A parte ciò, chi dia uno sguardo agli atti processuali, resta in particolare impressionato dal numero smisurato di testi coinvolti.

La Procura generale del Re della Corte di Appello degli Abruzzi, in un documento che porta la data del 4 febbraio 1926, presenta una lista di 50 testimoni. Segue poi un biglietto postale del Ministero della Giustizia che dà l’elenco dei testi che non si è stati in grado di raggiungere con notificazione; la comunicazione è del 29 febbraio 1926 e contiene un elenco di 7 testimoni.

Si coinvolgono nel processo un numero enorme di testimoni: dalle carte processuali pubblicato ora digitalmente si rileva che furono inviati ordini a comparire per, ad esempio, Ovidio Caratelli, Dante Caratelli, Alceo Taccheri, Mariano Serata, Averardo Mazzoli, Cosimiro Wronowski, Giuseppe Marcianò, Emerico Senier, Valeriano Giunchedi, Aldo Putato, Filippo Panzeri.

Venivano poi coinvolti al processo, sempre in qualità di testi,  Francesco La Polla (vice questore), Augusto Agostini (generale della milizia), Sante Ceccherini (generale della milizia), Rodolfo Bernardo (commissario di PS), Domenico Nudi (questore), Bruno Cassinelli (deputato), Curzio Suckert (pubblicista); venivano poi ricercati e trovati gli ulteriori testi Ernesto Ciampi, Giovanni Pucci, Enrico Gasparri, Geremia Conti, Rodolfo De Bernart; arrivavano infine telegrammi di conferma a comparire per testimoniare di Romana Trippini, Pietro Gentile, Nello e Maria Quilici, Angela Barducci, Pubblio Nardi, Vittorio Pelà, Umberto Cavaglieri.

Si produceva un documento del Ministero della Guerra con il quale si provava che l’imputato Augusto Malacria aveva ricevuto una medaglia al valor militare; si chiamava a testimoniare addirittura certo Narciso Masiero, a conoscenza dello stato di salute a suo dire cagionevole dell’on. Giacomo Matteotti, nonché infine l’avv. Pasquale Grondona Flores.

Non difficile immaginare che tutti queste persone testimonieranno su fatti marginali in ordine all’omicidio commesso; le loro testimonianze avranno a riferimento soprattutto la personalità di Giacomo Matteotti e del suo ambiente, piuttosto che i fatti costituenti gli elementi costitutivi del delitto.

Si sente, ad esempio, il teste Gaetano Laino, Commissario della squadra politica della pubblica sicurezza a Roma, il quale interviene al processo semplicemente per assicurare che la sorveglianza a Giacomo Matteotti era continua poiché egli: “esplicava opera deleteria contro la nazione ed era la persona più rappresentativa del suo partito”; oppure si ascolta Michele Darbesio, ex prefetto di Rovigo, il quale definisce Giacomo Matteotti “uno dei più temibili sovversivi del Polesine” e gli attribuisce i carabinieri gettati nei fossi a causa del “risveglio proletario nelle campagne venete”.

L’escussione dei testi inizia nell’udienza del 17 marzo 1926, alle ore 10,00, visto che la prima udienza del 16 marzo viene dedicata solo alle questioni preliminari.

Il primo teste escusso è Rodolfo Di Bernard, un commissario di pubblica sicurezza.

Nella stessa mattina si sentono poi quali teste Ester Erasmi (portinaia), Eliseo De Leo (portinaio), Adelche Frattaioli (ragioniere), poi dei testi minori di età, tra i quali Renato Bazzotti; in tutto si sentono otto testi, fino alle ore 12,00, quando l’udienza è interrotta dal presidente affinché sia ripresa nel pomeriggio a partire dalle ore 14,00.

Nel pomeriggio si sentono ben altri dodici testi, e l’udienza viene infine chiusa per “ora tarda”.

Difficile credere che l’escussione dei testi avvenga con un qualche approfondimento, considerato le ore a ciò dedicate con riguardo al numero assai elevato delle persone ascoltate.

Il processo prosegue il giorno dopo, 18 marzo, e si apre con l’audizione del teste Michele Fareraffi (difficile la lettura della calligrafia che indica il nome del teste), anch’egli commissario di pubblica sicurezza. Dopo di lui vengono sentiti altri nove testi, e sempre con un dibattimento iniziato alle ore 10, per terminare alle ore 12,00; quindi, di nuovo, dieci testi in due ore.

Nel pomeriggio del 18 marzo vengono sentiti altri otto testi, primo fra questi Epifanio Pennetta, commissario capo di Polizia giudiziaria, il quale rispondendo ad una domanda dell’avv. Roberto Farinacci, afferma che: “l’opera dell’on. Matteotti era considerata nefasta e deleteria prima, durante e dopo la guerra”.

Anche il dibattimento del 18 marzo si chiude per “ora  tarda”.

Si prosegue il 19 marzo, sempre dalle ore 10,00.

Si apre con la testimonianza del vige governatore di Roma, Michele Darbesio, poi vengono sentiti altri 13 testi; tra questi deve ricordarsi Malaparte Suckert, il quale, interrogato dallo stesso avv. Roberto Farinacci con questa domanda: “Ricorda il teste che al congresso socialista del 1922 egli (Giacomo Matteotti) rispose: ma nessuno di voi ha avuto il coraggio di ammazzare Mussolini?”; rispose: “Verissimo. Anzi, al fascio fiorentino v’era per questo una viva agitazione: tutti erano in orgasmo per quella frase. Mi risulta che Matteotti fu violentissimo contro il fascismo”.

 

  1. Segue: la fase decisoria e la sentenza.

Dopo le escussioni dei testi si passa alla fase decisoria.

Il 20 marzo si procede all’esame dell’auto sotto sequestro utilizzata per il delitto: giurati e avvocati si spostano nel piazzale del Duomo di Chieti, recintata da due cordoni di camicie nere e di carabinieri per arginare la curiosità della cittadinanza.

Il processo riprende in aula alle ore 15,00, quando il Presidente dichiara esaurita l’assunzione delle prove e fa concludere il PM e gli avvocati.

Nella giornata del 22 marzo teneva la discussione finale il pubblico ministero Alberto Salucci, e poi, tra il pomeriggio del 22 marzo e la mattina del giorno successivo, 23 marzo, prendevano la parola gli avvocasti della difesa.

Il 24 marzo il Presidente chiudeva il dibattimento e faceva sgombrare l’aula dal pubblico e da tutte le persone non ammesse a rimanervi.

In particolare, fino a quel momento erano stati sempre presenti i 12 giurati popolari; da quel momento il Presidente fa usciere i 6 giurati supplenti e tiene in aula i soli 6 giurati effettivi; restano presenti in aula, oltre a loro, il Cancellerie, il PM, e gli avv. Roberto Farinacci e Aldo Vecchini.

Il Presidente spiega ai giurati le questioni da decidere, e consente loro domande per chiarimenti; si consegnano ai giurati tante schede quante sono le questioni; su ogni questione i giurati devono scrivere: “sul mio onore e sulla mia coscienza, il mio voto è….”, “” o “no”, a seconda della risposta.

Il voto dei giurati è segreto, ognuno dei giurati viene collocato ben distante dagli altri per assicurare la riservatezza del voto.

Vengono poi raccolte le schede con le risposte e si giunge a comporre il quadro decisionale.

Le schede vengono infine bruciate, e a questo punto il Presidente riapre l’udienza al pubblico.

Alle ore 18,15, viene letto il dispositivo della sentenza, che provvede a condannare Amerigo Dumini, Albino Volpi e Amleto Poveromo a cinque anni, undici mesi e 20 giorni per omicidio preterintenzionale, e ad assolvere “per non aver commesso il fatto” Augusto Malacria e Giuseppe Viola.

Chi legga per intero la sentenza, oggi pubblicata digitalmente, non può che rimanerne sconcertato: è composta di solo sei pagine, di cui le prime due sono di intestazione e le ultime due contengono il dispositivo.

Possiamo dire che la motivazione della sentenza è contenuta in sole tre piccole pagine manoscritte, e il testo della motivazione della sentenza è il seguente: “Atteso che i giurati col loro verdetto hanno ritenuto gli imputati colpevoli di complicità corrispettiva in omicidio preterintenzionale con i benefici della concausa e delle circostanze attenuanti. Atteso che l’omicidio preterintenzionale con concausa è punito ai sensi dell’art. 368 del codice penale con la reclusione da otto a quattordici anni; nel capo in esame, avendo riguardo alle circostanze subbiettive ed oggettive del fatto, stimandosi dover assumere per base, nei confronti di tutti e tre gli imputati, ai predetti la pena di anni dodici di reclusione, la quale, per la complicità corrispettiva di cui all’art. 378 del codice penale, va diminuita da un terzo alla metà, in tali limiti reputarsi conforme a giustizia fissare la pena stessa in anni sette e mesi due, operata infine la diminuzione di un sesto in virtù del beneficio delle circostanze attenuanti, si ha la pena definitiva di anni cinque mesi undici e giorni 20 per ciascuno. Atteso che la condanna della reclusione per un tempo maggiore ai cinque anni ha per effetto l’interdizione perpetua del condannato dai pubblici uffici e la sua interdizione legale durante la pena. Atteso che i condannati sono tenuti in solido al risarcimento dei danni verso la parte lesa e al pagamento delle spese processuali.  

Atteso che non potendo che il reato commesso dal Dumini, dal Volpi e dal Poveromo escludere che fu stato determinato da movente politico, come ebbe a riconoscere la stessa sentenza di rinvio della sezione di accusa, spetta a ciascuno degli imputati medesimi il condono di anni quattro di reclusione in virtù dell’art. 4 del regio decreto di indulto del 31 luglio 1925 n. 1277.

Atteso che, avendo i giurati col loro verdetto negato che gli imputati Viola Giuseppe e Malacria Augusto abbiano commesso il fatto che cagionò la morte di Giacomo Matteotti, oppure vi abbiano concorso, devesi, nei confronti degli stessi, promuoversi sentenza di assoluzione”.

 

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